venerdì 17 gennaio 2020

'A Musica


Oggi parleremo della Banda musicale di Belmonte Mezzagno che noi paesani chiamiamo più in generale: "'A Musica".
La stragrande maggioranza dei belmontesi almeno una volta nella vita ha preso lezioni di musica: anche io! Cominciai con il maestro Ignazio Lo Monaco ed anche il compianto zu Iacuzzu per cominciare a capirne qualcosa,poi dall'amico Giovanni Greco che mi ha fatto conoscere il primo amore della mia vita: la tromba. Purtroppo il rapporto durò poco, al corso musicale delle medie non c'era questo strumento, quindi abdicai sul pianoforte a cui da subito mi appassionai. Finendo le medie finì la mia breve, ma non priva di grandi soddisfazioni, carriera musicale.
Ma torniamo "a Musica": La Banda musicale è stata fondata nel 1860 senza un nome ben preciso, in seguito venne riconosciuta col nome dialettale di "Banna 'o Mizzagnu". Passando gli anni, un distaccamento di musicanti diede vita ad una seconda Bandicella, allora le due Bande si distinsero tra Banda Vecchia e Banda Nuova. Successivamente, le due fazioni si sono riunificate col nome di Giuseppe Verdi e quest'ultimo appellativo fu tenuto fino al giorno dell'intitolazione al Maestro Pietro Allotta avvenuta il 13 marzo 1997.
Negli anni, molti talenti si sono distinti, tra cui: Filippo Giovanni De Santis, il figlio Nino, Vincenzo De Santis (Mastru Nsulu), Giovanni De Santis, Giuseppe La Rocca e Pietro Allotta di cui la banda prese il nome.

martedì 14 gennaio 2020

Chiesa Madonna dei Poveri

 La Chiesa è stata edificata nei primi anni del XIX secolo probabilmente sui resti di un antico eremo precedente alla fondazione del paese, da subito venne intitolata alla Madonna dei Poveri, che si venerava attraverso l'affresco che si trova nell'abside alla destra dell'altare, a lei rivolgevano la preghiera le persone più povere, coloro a cui mancava il necessario per il loro sostentamento. Non solo di quelli a cui mancava il pane, ma anche dei poveri in spirito, cioè coloro che erano lontani dalla fede.
Con l'arrivo delle prime pandemie, soprattutto del colera, quando i belmontesi capirono che il contagio avveniva non solo tra viventi, ma anche avendo contatto con i morti dovuti a tale patologia, cominciarono a seppellirli intorno a tale Chiesa. Ciò avvenne durante le pandemie di colera del 1848 e del 1884-85 e durante quella della febbre spagnola del primo decennio del novecento.Successivamente all'affresco si è aggiunto l'antico quadro presente nell'abside realizzato dal Maestro Bottino nel 1929, la profonda devozione a questa immagine spinse i belmontesi a ricorrere alla Madonna dei Poveri nei periodi di

siccità o di gravi carestie; ciò avveniva con processioni che partivano dalla Chiesa Madre per raggiungere la Chiesetta. Allora non era facilissimo come lo è adesso, infatti per raggiungerla vi era soltanto un sentiero spesso immerso nel fango.
Negli anni si sono susseguiti i lavori di restauro, i più importanti sono stati quelli promossi da Andrea Piraino nel 1966 e nel '70, e quelli promossi dalla Parrocchia che hanno dato un meraviglioso volto alla Chiesetta sia fuori che dentro, dove è stato realizzato un quadro che ha sostituito il precedente. Lavori che si sono conclusi nell'aprile 2017.



sabato 21 dicembre 2019

Mafioso


Mafioso è un film del 1962 prodotto da Dino de Laurentis per la regia di Alberto Lattuada con protagonista Alberto Sordi.
Il lungometraggio è girato per un ampio tratto a Belmonte Mezzagno con brevi scene a Bagheria all’interno di villa Palagonia e una scena sotto il castello di Misilmeri. Il film comprende delle scene girate a Manhattan, New york.
Molto semplice la trama: Antonio Badalamenti è un caporeparto di una fabbrica di Milano; è un superiore ligio al dovere e molto rigoroso con gli operai, per questo è molto apprezzato dai dirigenti aziendali.
Tornato, dopo tanti anni, a trascorrere le ferie estive nel suo paese siciliano d’origine: Calamo – nome del paese frutto della fantasia del regista, che assume le sembianze di Belmonte Mezzagno -; presenta la moglie Marta, donna un po’ troppo emancipata per i canoni della Sicilia dell’epoca, ai genitori che per questo la guardano con sospetto.
A Calamo rivede tutti gli amici di gioventù, tra cui il boss del paese Don Vincenzo – interpretato da Ugo Attanasio – a cui consegna un pacco che gli era stato dato a Milano da amici italo-americani.
L’incontro con Don Vincenzo stravolgerà la permanenza in Sicilia di Antonio, infatti lo incarica – quasi a sua insaputa – di andare a New York a compiere un atto che Antonio non avrebbe mai immaginato di dover compiere.
I luoghi belmontesi del film sono: la casa con l’immagine di Maria nella facciata, situata all’angolo tra via Sancipirello e via delle rose; corso martiri di via Fani; via Giovanni Falcone e piazza Garibaldi con l’imponente facciata della Chiesa Madre.
Tra i tanti protagonisti belmontesi, ricordiamo Paolo Cuccia che interpretava il padre di Antonio.
Per concludere, bisogna ammettere che Lattuada disegna il ritratto di una Sicilia nenti sacciu e lupara che forse non è mai esistita.

venerdì 13 dicembre 2019

Santa Lucia



Parliamo di Santa Lucia...
Lucia nacque a Siracusa nel III secolo e lì martirizzata con il taglio della gola, dopo atroci torture, il 13 dicembre 304.
A causa della profonda devozione ad essa, intorno alla sua festa sono nati parecchi modi dire, purtroppo alcuni falsi come ad esempio il famoso: "Santa Lucia, il giorno più corto che ci sia!" E' falso perché il giorno più corto dell'anno è il 21 dicembre, solstizio d'inverno.
Questo erronea credenza è stata però indotta due motivi.
Uno visivo: vicino al 13 Dicembre si ha effettivamente una riduzione "apparente" delle giornate, perché il Sole tramonta prima. Al Solstizio il sole tramonta generalmente circa 3 minuti dopo rispetto a Santa Lucia, ma è l'alba che ritarda il suo arrivo. Pertanto anche se in sole tramonta più tardi, esso resta sopra l'orizzonte circa 3 minuti in meno rispetto al giorno 13.
Ed uno storico: il 13 dicembre, fino al 1582, anno in cui venne adottato il calendario gregoriano, coincideva con il solstizio d'inverno a causa dell'anticipo del calendario giuliano rispetto al gregoriano.
Adesso passiamo al miracolo che ha portato all'usanza di non mangiare pane e pasta nel giorno della sua festa. Il prodigio, causa della fine della carestia che colpì Palermo nel anno 1646, è attestato dalla testimonianza scritta di un testimone oculare: domenica 13 maggio 1646, una colomba fu vista volteggiare dentro la Cattedrale di Palermo durante la Messa. Quando la colomba si posò sul soglio episcopale, una voce annunciò l’arrivo al porto di un bastimento carico di cereali. La popolazione tutta vide in quella nave la risposta data da Lucia alle tante preghiere che a lei erano state rivolte.
Dopo il miracolo, i palermitani decisero di bollire il grano e di condirlo con dell’olio di oliva. Fu così che nacque la “cuccìa”, il cui nome deriva da “coccio” cioè chicco.
Per ringraziare la Santa del miracolo concesso, la Chiesa propose il digiuno e l’astensione dal consumare, per questa giornata, pane e pasta.

giovedì 14 novembre 2019

La trebbiatura


Ma vediamo nel dettaglio cos'era la trebbiatura, operazione fondamentale per la panificazione.
La trebbiatura, come dicevamo, è il processo mediante il quale all’interno della spiga viene separato il gambo (la paglia), dal preziosissimo grano.
Anticamente l'operazione si svolgeva con gli asini o i cavalli, attraverso la cosiddetta "pisatina" il termine non deriva da pesare ma da pestare, infatti gli animali camminando sulle spighe con il loro incedere riuscivano a svolgere il lavoro che anni dopo sarebbe spettato alla trebbia. Essa trebbia veniva posizionata con l'uso di un trattore, nelle aie, "arie", se ci trovavamo in paese, in tratti di pianura se il lavoro si svolgeva nelle campagne.
Il funzionamento della trebbia era semplice: nella parte superiore si inserivano mazzi di spighe, chiamati "regni"; dopo la loro separazione, da una estremità della trebbia cadeva la paglia dall’altra il grano.
Le due parti seguivano percorsi differenti: la paglia veniva spostata dal luogo dove cadeva e ammassata in un punto non molto lontano, li veniva inserita in grandi sacchi, chiamati "paggliuna"; e successivamente data in pasto agli animali. Il grano veniva invece insaccato e conservato per poter, tutto l’anno, preparare la farina e quindi il pane.
Per spostare la paglia venivano usati dei muli bardati con un particolare tipo di attacco, la "straula"; questa attrezzatura consentiva, con un uomo in piedi su di essa, il trascinamento della medesima (la paglia).

domenica 10 novembre 2019

La panificazione


Passiamo adesso alla panificazione, una volta vero e proprio rito. Ma cominciamo dall'inizio, il tutto cominciava nei campi sul finire dell'estate, infatti, in quel periodo il terreno veniva zappato quindi reso "maisi", ovvero pronto per la semina del grano. Fatto ciò, ai primi di novembre si seminava il grano che si mieteva nel giugno successivo.

I "regni" - le spighe mietute - venivano portate all'aia per estrapolare da esse il preziosissimo grano. Ciò, in tempi remoti avveniva attraverso la "pisatina" - il calpestio dei muli o degli asini; in tempi più recenti attraverso la trebbiatura. Ottenuto il grano, lo si portava al mulino e lì reso farina che veniva portata in casa e lì conservata.
Nel giorno della panificazione, che avveniva circa una volta a settimana, le massaie all'alba si destavano, preparavano il quantitativo di farina bastante per la quantità di pane prevista, e con essa si avviavano dal fornaio.
Giunti lì, il fornaio pesava la farina e, in base al peso, assegnava ad ognuno la dose di lievito. Ricevuto il lievito, la massaia impastava la propria farina e preparava i panetti che venivano riposti in appositi tavoli, per farlo "rormiri", ovvero attendere che fosse completata la fase di lievitazione. Giunto a lievitazione, ogni massaia metteva nei panetti, prima che venissero infornati, un segno per successivamente identificarlo: chi una fava, chi un legnetto, chi altro.
Sfornato il pane, ognuna delle donne rintracciava il suo pane, lo metteva nelle "coffe" - ampie ceste - e lo portava a casa.
Anche, ma non solo per questo, grazie al lungo lavoro che serviva per prepararlo, il pane assumeva un valore sacro: non se ne buttava neanche una mollica, e se ne cadeva un po' per terra lo si baciava e lo si mangiava lo stesso; e se qualche bimbo non voleva mangiarlo, le nonne lo rimproveravano dicendo: "mancia ca nno pani c'è u Signuri!"

martedì 5 novembre 2019

Matrimonio di una volta


Carissimi, quest'oggi vi parlerò di cosa è stato e come era vissuto il matrimonio nella Belmonte e più in generale nella Sicilia di una volta.
La preparazione del matrimonio cominciava, per la futura sposa, fin dalla più tenera età; infatti, le madre e le nonne di tutte le bambine siciliane cominciavano presto a preparare la "roba" (il corredo) per la piccola.
Il fidanzarsi non era semplicissimo perché le ragazze difficilmente avevano modo di frequentare ragazzi loro coetanei. Il primo passo spettava all'uomo: a lui toccava recarsi dal padre della donna di cui si era innamorato per chiedergli di potersi fidanzare con la figlia. Il padre, dopo aver valutato attentamente la "carata" (condizione sociale) dell'aspirante fidanzato, decideva se per sua figlia gli andava bene.
Se il genitore era d'accordo si realizzava il fidanzamento, non prima dell'incontro tra le famiglie il cosiddetto "appuntamento". In questo incontro ci si accordava sui modi e sui tempi in cui i due dovevano frequentarsi; sempre in casa della fidanzata e per il tempo stabilito. Uscire da soli neanche a parlarne.
Fissata la data del matrimonio, i parenti della futura sposa cominciavano ad organizzarsi per "stimare la roba". Si fissava una data nella quale il corredo veniva lavato e successivamente stirato da, oltre alla madre della fidanzata, nonne, zie, cugine e parenti vari. A tutto questo seguiva la "stima della roba", rito in qui veniva mostrato l'intero corredo della futura sposa: lenzuola, cuscini, federe, coperte, tende e tutto quello che serviva all'arredamento di una casa; nel tutto era inclusa "a vesta ri l'ottu iorna" (vestito degli otto giorni). Questa "roba" veniva sistemata in una stanza della casa dei genitori di lei, e adagiata sopra alcuni tavoli. Il tutto era arricchito dai regali che la suocera aveva donato alla nuora, ed inoltre dai doni ricevuti dal futuro sposo dai genitori di lei.
Dopo il matrimonio, gli sposini trascorrevano sette giorni chiusi in casa, all'ottavo giorno uscivano, con la sposa che indossava il relativo abito, e andavano in casa di tutti i parenti per salutarli.

'A Musica

Oggi parleremo della Banda musicale di Belmonte Mezzagno che noi paesani chiamiamo più in generale: "'A Musica". La stra...